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Tra 2012 e 2013 lavoro con una associazione che si occupa di ospitare ragazzi stranieri minorenni, arrivati in Italia da soli. Nei mesi passati assieme rimango colpito dai drammatici racconti del viaggio che hanno intrapreso per arrivare in Italia: la traversata nel deserto, le morti dei compagni, le carcerazioni nelle prigioni libiche, la paura vissuta in mare.

Propongo loro di realizzare un libro di testimonianze. L’idea però non viene accolta. I ragazzi non vogliono più ricordare quella drammatica esperienza, vogliono solo dimenticare e voltare pagina.

Decido allora di diventare io stesso testimone di quelle storie. Partendo da Lampedusa, intraprendo un viaggio a ritroso che mi porta in Tunisia, Niger, Costa d’Avorio, Mali, Libia, fino ad arrivare a casa di due di loro.

Durante i sei mesi vissuti in Africa, vivo la strada, incontro nuovi amici, sono protagonista di esperienze che raccolgo attraverso la fotografia, la forma di espressione che mi è più congeniale.

Il progetto l’ho chiamato Jereviens (io ritorno) per interpretarlo non come un viaggio che mi facesse partire, ma piuttosto ritornare. Tornare in quei luoghi e in quelle situazioni che non sono parte della mia realtà, ma in cui ero stato attraverso i loro racconti.

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Novembre 2013, Lampedusa, Italia
Arrivo una domenica sera. All’aeroporto ad aspettarmi ci sono due ragazzi dell’associazione Askavusa. Nei giorni successivi sono loro ospite e conosco altri componenti di questo gruppo. Giacomo, un grosso isolano dalla lunga barba e dagli occhi color del mare, innamorato dell’isola, musicista, attivista e padre di 2 splendidi bambini e Francesca che un tempo, dalla finestra dell’ufficio, guardava scivolare i pescherecci sul mare mentre oggi ciò che vede sono grosse imbarcazioni militari .
Mi parlano di un’insofferenza che colpisce in maniera forte e frustrante chi è nato qui, oggi più che mai. Una volta attorno alla casa di Giacomo c’era solo natura, ora un grande hangar gli fa da sfondo e il rumore di elicotteri militari rompe il silenzio che prima era la voce dei venti e del mare. Immagini di un’isola snaturata, invasa, riempita di mezzi, uomini e dinamiche che la stanno portando a divenire un non-luogo.
Domande, interrogativi e dubbi sulle ragioni di tale accanimento militare su questo pezzo di Mediterraneo: si parla di una terra violentata, sfruttata e strumentalizzata! Ma la colpa è dei migranti?
Ascoltando Lampedusa ho sentito l’anima di un isola in cui i più vicini tra tutti, i più fratelli, sono proprio isolani e migranti: le due facce di una realtà spesso descritta male.
Sono giorni di mare mosso, gli sbarchi sono rari. Un pomeriggio mi avvicino al centro in cui i migranti vengono “contenuti” e incontro un gruppo di ragazzi nigeriani e ghanesi arrivati da sei giorni sull’isola. Un buco nella rete del centro permette loro di uscire ed entrare indisturbati, muovendosi liberamente nel paese: una fessura di libertà, a dimostrazione dell’umanità che i nuovi arrivati potrebbero ricevere, se avessero il permesso di mescolarsi con la generosa e spontanea accoglienza di questo luogo.
Qui la predisposizione all’ospitalità è forte, la stessa che ho trovato nei “Sud” del mondo: luoghi lontani, isolati e poco popolosi dove quando si arriva spesso si è accolti come se si fosse tornati a casa.
Come sarebbe Lampedusa senza il massiccio intervento di gestione dei flussi?
Fintanto che la paura ci impedirà di sperimentare una politica di accoglienza che dia fiducia ai suoi protagonisti, non lo sapremo mai e potremo solo rimpiangere di esserci lasciati sfuggire la possibilità di contribuire al rafforzamento di una grande e unica comunità.

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10 Dicembre 2013, Tunisi, Tunisia.
Nonostante i flussi migratori dalla Tunisia verso l’Europa siano diminuiti, per molti giovani il sogno Europeo rimane una costa
nte. Tanti altri, invece, preDSCF0914feriscono rimanere a casa loro, consapevoli che oggi l’Europa sta attraversando un momento nero e che difficilmente troverebbero sbocchi lavorativi.
Musicisti, attori, video-maker, attivisti, artisti in generale che, dopo la rivoluzione del 2011, si vedono di nuovo circondati da un governo che doveva essere di transizione ma che in realtà ha ancora in mano il potere e sembra deciso a rimanere.
Giovani spinti da motivazioni diverse che fanno della loro arte uno strumento di critica contro la società e la politica, sono i protagonisti diDSCF0988 un attualità sociale in fermento.
Ragazzi che hanno passato periodi in carcere per aver prodotto documentari sulle morti nel Mediterraneo o per aver scritto canzoni di protesta sul sistema detentivo.
Il video-maker Nejib Abid (nella foto accanto) viene arrestato insieme ad altri 7 artisti e rilasciato dopo qualche giorno, colpevole di aver iniziato un progetto video che parla dei confini come simbolo di negazione di libertà. Nejib racconta che pochi giorni prima dell’arresto, rientrando a casa, trova computer e hard disk bruciati e tutto il materiale raccolto in anni di lavoro andato perduto.
Il giovanissimo rapper Klay BBJ (nella foto in basso), non rinuncia ad essere se stesso posando in una foto dove mostra il dito medio, nonostante sia appena uscito dal carcere a causa dei suoi testi. Canta contro il potere e le forze dell’ordine che qualche mese fa, in una stazione di polizia del centro, avevano sfondato il cranio a forza di botte ad un giovane appena arrestato.
Al mio arrivo in Tunisia un’amica Italiana mi disse: “Tempo fa, la prima cosa che ti veniva chiesta a Tunisi era di che religione fossi, oggi invece la prima cosa che ti domandano è di che partito politico sei”.
Nelle strade, nei caffé, nelle case si parla di politica con molta determinazione, con protagonismo e speranza.
La Tunisi di oggi è una capitale in cui molti giovani, spinti dal desiderio di viaggiare e privi di una grande motivazione, continuano a partire per un’ Europa che offre ben poco. Ma è anche una città dove si possono trovare persone come Nejib e Klay che scelgono di rimanere e di darsi da fare attraverso la loro arte, per diventare protagonisti di un lungo processo di democratizzazione che è appena iniziato e del quale forse non vedranno la fine.
Oggi ritornando a Tunisi, dopo una settimana passata vicino al confine libico, in 8 ore di viaggio non ho chiuso occhio. Nel furgoncino che ci porta verso la capitale tutti discutono di politica: l’anziano autista, i tre giovani, le 3 donne velate edil grasso signore a fianco a me. Con quel vociare forte e veloce, tipico della lingua araba, si attaccano con impeto ed esasperazione poi, a tratti si fermano, in prossimità dei posti di blocco, per ricominciare daccapo a gridare una volta ripartiti.
Per tutto il viaggio ho assistito ad un dibattito accesissimo senza capire una parola. Ad un certo punto la donna più anziana, velata da una futa in seta arancione, mi guarda, sorride ed in francese mi dice : “On parle de politique, de notre politique”; io le rispondo: “Immaginavo. Ma di cosa discutete?” E lei, sempre sorridendo, mi risponde: “Liberté!”.

DSCF0828 15 Dicembre 2013, Choucha Camp, confine Tunisia-Libia.

Nel 2011 durante la guerra in Libia molti migranti e rifugiati sono stati costretti a lasciare Tripoli, città nella quale vivevano e dove avevano un lavoro ed una famiglia. Alcuni sono partiti per l’Italia via mare, altri sono fuggiti verso la Tunisia, tra questi un gruppo di più di mille profughi, la maggior parte provenienti da Sudan, Somalia, Eritrea ed Etiopia, hanno scelto questo paese come luogo dove richiedere lo status di rifugiati. Viene quindi creato un campo profughi dall’UNHCR (The UN Refugee Agency) ben attrezzato, con tende nuove, servizi igienici, docce, acqua potabile, mensa e perfino una scuola per i numerosi bambini presenti nel campo. Gli anni sono passati e molti rifugiati sono stati spediti in paesi aperti all’accoglienza come USA, Canada, Australia, Svezia e Olanda.

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Sei mesi fa l’UNHCR si è vista costretta a chiudere il progetto e con esso ad abbandonare la gestione del campo profughi. Tra i più di mille presenti al campo, un gruppo di quasi trecento persone non è ancora stato destinato a nessun paese, ad alcuni è stata respinta la domanda di “rifugiato”, ad altri invece, pur avendola ottenuta, è scaduto il tempo a disposizione per sperare di essere destinati in un luogo dove potrebbero ricominciare a vivere.

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Attualmente a Choucha vivono quasi trecento persone tra sudanesi, somali, etiopi, eritrei, ivoriani ma anche un gambiano, due famiglie palestinesi ed una pakistana. Oggi le tende sono un gonfio agglomerato di teloni sovrapposti che provano a contenere le infiltrazioni d’acqua. Il pozzo non esiste più e con esso la mensa e la scuola. Nessuno si occupa più del campo, l’UNHCR è sparita mentre il governo Tunisino si è preoccupato di creare un presidio militare per tenere sotto controllo la situazione. I trecento centrafricani che ancora oggi vivono a Choucha sopravvivono grazie all’aiuto delle auto (spesso di famiglie libiche) che passano sporadicamente sulla polverosa autostrada. Chi si ferma lascia bottiglie d’acqua, biscotti, pane e quant’altro alle giovani madri accampate ai bordi della strada con in braccio i figli che elemosinano qualsiasi cosa possa essere utile a sopravvivere in quel luogo fantasma.

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Tra le tende girano numerosi cani randagi che tentano di recuperare qualcosa da mangiare sbranando i membri più deboli del branco. Ai bordi del campo un uomo tunisino di nome Chucrì ha messo in piedi un caffé con assi di legno, lamiere e plastica, per dare ristoro ai rifugiati.
Tre tavoli danno la possibilità di giocarsi pochi spiccioli a poker o a domino e due computer portatili offrono una connessione gratuita che permette di mantenere i rapporti con le famiglie lontane. I militari stanziati al lato mettono a disposizione parte dell’energia che arriva dal loro generatore per ricaricare i cellulari.

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Mentre gli uomini fuori dal caffé discutono, provando a capire quali soluzioni trovare per dare una svolta a quel limbo che li avviluppa, le donne rientrano verso le tende con i generi alimentari regalati dai passanti. La sera, quando scende il sole, a Choucha cala una finta quiete e con essa un buio pesto. Nelle tende non si parla, non ci si può guardare negli occhi e in un silenzio rotto solo dall’ululato dei cani affamati, si attende che qualcosa smuova quella situazione.
Nei tre giorni passati al campo ho ricevuto un’accoglienza straordinaria: appena arrivato, un anziano signore sudanese mi ha “rapito” portandomi nella sua tenda, offrendomi un té caldo e un materasso per passare la notte. La strepitosa forza di questa gente è la capacità di dare ancora senso alla propria esistenza.

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Tra loro c’è chi, in questa attesa, è diventato pazzo e vive abbandonato nella sporcizia e nella fame. C’è chi mi si presenta con la parte sinistra del volto gonfia, con la mandibola che trema in continuazione, un occhio iniettato di sangue e mi spiega che dentro la sua testa giacciono due pallottole che si è rimediato nella guerra in Somalia tre anni prima, e che i dolori di cui soffre sono insopportabili. Qui 300 persone sono abbandonate a loro stesse perché non rientrano più nei meccanismi della cooperazione: il progetto è chiuso e con esso la responsabilità.

“Capii che le persone non possono essere pensate come numeri, piuttosto come lettere e queste lettere pretendono di essere convertite in storie e le storie sono fatte per essere condivise”. cit

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 18 dicembre 2013, Mendenine, Tunisia

La storia dei ragazzi di Médenine è una storia speciale: partiti da casa con mezzi di fortuna cercano di arrivare in Niger da dove poter prendere le carovane che attraversano il deserto. Dopo mesi di viaggio finalmente arrivano in Libia dove si possono imbarcare. La notte fissata per la partenza si ritrovano su una spiaggia dove ad aspettarli non c’ è una barca, ma un gommone gonfiato da un libico che si affretta a farli salire, per poi andarsene. A quel punto nasce una discussione su chi sia in grado di navigare. Il libico prima di scomparire aveva dato indicazione di mantenere una certa rotta per otto ore, poi girare a sinistra per altre sei, infine a destra per dieci e quindi, magicamente, trovare Lampedusa.

I ragazzi decidono di partire comunque, sono anni che aspettano questo momento e non possono farselo sfuggire.
Seguite le indicazioni, dopo più di 24 ore di navigazione sono ancora in mare aperto e i tentativi di chiamare soccorso via telefono falliscono.
Passano i giorni, durante la notte varie barche navigano ad una distanza in grado di intercettarli ma nessuno si ferma, il cibo finisce e l’acqua pure, non rimane quindi che bere acqua di mare. C’è chi piange, chi prega e chi in silenzio spera. Nel frattempo un elicottero gira sopra le loro teste e a qualche centinaio di metri si vede una piattaforma petrolifera con una cabina sulla sommità. Un ragazzo decide di tuffarsi per provare a raggiungerla e salire in cabina sperando di trovarci qualcuno. Una volta in acqua inizia a nuotare, a quel punto l’elicottero si avvicina e con un verricello fa scendere un uomo che preleva il ragazzo salvandolo da un probabile annegamento, per poi sparire all’orizzonte.
Dopo nove giorni in mare finalmente il gommone viene avvicinato da un peschereccio tunisino che li imbarca e li porta a terra.
Oggi questi ragazzi vivono a Médenine, dopo anni di viaggio si sono ritrovati a pochi chilometri più ad ovest da dove erano partiti e ora lavorano come operai in mansioni pesanti, saltuariamente, per circa 10-15 dinari diari (5-7 euro). Dal giorno del naufragio sono sempre rimasti insieme, condividendo ogni cosa: chi guadagna, anche se poco, mette i soldi per chi non ne ha.
Il ragazzo tunisino che mi accompagna ad incontrarli, incredibilmente, li riconosce come gli stessi ripresi anni prima il giorno del loro sbarco e mostra loro il video dal suo cellulare. Dallo schermo del telefono i giovani si riconoscono e per un attimo vengono catapultati a quel giorno infernale che li riportò sulle coste che da anni volevano abbandonare. Guardano il video in silenzio, qualcuno si allontana, altri ci dicono che è ora di andare.
La famiglia di Médenine mi saluta con un amaro sorriso ed io con la stessa amarezza scelgo di non pensare, di accettare che per i viaggiatori africani le regole sono queste.
Il ragazzo portato via in elicottero qualche mese fa si è fatto vivo con una telefonata informando, velocemente e sottovoce, che è vivo e che da mesi è rinchiuso in un carcere libico.

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20 gennaio 2014, Niamey, Niger.

Aspetto la colazione su un marciapiede appoggiato al banco di una baracca che prepara spiedini di fegato alla griglia e patatine fritte. Un ragazzino della scuola coranica, uno di quei bimbi che girano per la città vestiti di cenci e con una scodella vuota in mano, vedendomi si ferma bruscamente davanti a me. So che cosa vuole: qualsiasi cosa. Io gli porgo il buongiorno e lui biascica parole senza dare tono alla voce, senza farlo in francese, in hausa o in german: con timore e sottomissione. Allunga la mano mentre io lo fisso ed esco in mezzo alla strada vuota guardando l’orizzonte. Mi giro, lo osservo e lui guarda nella stessa direzione. Faccio qualche passo verso il panorama che abbiamo davanti, lui si volta verso il bancone come a chiedermi se non stessi aspettando qualche cosa da mangiare.
Un altro ragazzo si ferma, mi guarda, allunga la mano in segno di elemosina ma io mi giro dalla parte opposta. Altri mi stanno osservando e seduti aspettano la mia mossa. Torno a fissare il secondo bambino con una mimica di negazione. Lui si gira e se ne va, l’altro già cammina a qualche metro di distanza e ha raggiunto gli amici.
Pago, e dopo pochi metri un uomo mi ferma con l’intenzione di vendermi dei braccialetti: gli rispondo di no. Ci salutiamo, io a mani vuote e lui pure.
Proseguendo sul marciapiede due bambini si fermano per chiedermi l’elemosina. Non mi muovo, li guardo, loro mi guardano. Rimaniamo in silenzio per un lungo, interminabile, muto momento e poi ognuno riprende la propria strada. Alzo gli occhi e incrocio il viso di una vecchia signora che da lontano porta la mano alla bocca in segno di fame. La saluto con il palmo alzato, sorrido leggermente e porto la mano al cuore. Lei porta ancora la sua alla bocca e poi la tende in segno di elemosina. Tornato sul mio marciapiede mi rimetto in marcia, provo a non guardare davanti a me per non dover ancora negare qualcosa a qualcuno, mi sento gli occhi della gente addosso.
Si affianca un uomo con un sacchetto di arance. Sorride , sembra conoscermi, mi chiedo se l’ho già visto nei giorni precedenti ma non lo riconosco. Gli metto una mano sulla spalla chiedendogli come sta. Chiacchieriamo camminando e lentamente ci separiamo di qualche centimetro ad ogni passo, fino a salutarci dopo avergli detto di non volere arance.
Sono a Niamey da più di un mese, bloccato qui perché “ingannato”. Passo le giornate tra gli uffici e la banca per risolvere il problema nel quale sono finito. Non ho fatto grandi amicizie e conoscenze, non ho contatti, non conosco nessuno e ancora oggi non sono riuscito a trovare persone di cui fidarmi. Cammino ostinatamente nei ghetti della città: una città che chiede, una città abituata all’elemosina, una città abituata male.
Qualche giorno fa giravo con una bottiglia di plastica piena d’acqua di rubinetto. Un uomo mi ferma, vuole dei soldi, gli dico di no, allora vuole la bottiglia: “l’acqua dell’uomo bianco”. Io gli spiego che è semplice acqua di rubinetto ma lui insiste e la richiede. Gli dono la bottiglia, non in segno di regalo, gliela porgo aperta, senza il tappo, come per offrirgliene un goccio. Lui beve e sospira, mi guarda, sorride, mi chiede di averla. Gli passo il tappo e lui va per la sua strada con l’acqua dell’uomo bianco.
É un mese che percorro la stessa strada almeno quattro volte al giorno, mangiandovi, dormendovi e non è ancora sufficiente: sono ancora il forestiero e tutto questo mi tormenta. Non c’è speranza di essere accolto nel quartiere.
Una giornalista italiana che ho conosciuto qui e alla quale raccontavo come a fatica stessi vivendo quest’ Africa, si è stupita non capendo come non potessi affezionarmi alla cordialità nigerina. Questo è vero, qui la gente è molto gentile ma trovo insopportabile l’aura di sudditanza che avvolge tutti: quel guardarti dal basso, quel modo ostinato di dover ricevere ad ogni costo. I nigerini del petit marché sono uomini abituati all’elemosina, tendono la mano, ti chiamano padrone, ti sorridono, se ricevono pretendono di più, sembrano non sapere in realtà perché chiedono, quindi lo fanno e basta.
Camminando per il petit marche la testa mi scoppia e le domande si ripetono.
Questa mattina un ubriacone completamente lercio mi ha abbracciato, io l’ho spinto via con rabbia!

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28 gennaio 2014, Niamey, Niger

E’ sera quando torno verso casa dopo una giornata passata a fare delle foto in una stazione della città. Al mercato le bancarelle dove di solito mi fermo a mangiare sono ormai già chiuse. Decido di andare in uno di quei ristoranti per turisti o per nigerini ricchi, gli unici ancora aperti. Mi siedo ad un tavolo sotto un forte getto di aria condizionata. Ordino spiedini e riso. Ho la testa china e penso alla giornata passata in stazione a parlare con dei ragazzi gambiani decisi a partire per la Libia. Immagino cosa gli potrà accadere, probabilmente un viaggio verso la morte piuttosto che un viaggio verso una nuova vita.
Penso alla chiacchierata di quella giornata, alle parole di giovani ventenni la cui motivazione a partire è la voglia di conoscere il mondo, di viaggiare, di proseguire gli studi all’estero, per poi magari tornare a casa con più conoscenza, consapevolezza e cultura. Motivazioni non così diverse da quelle degli italiani che oggi invadono il mondo per perseguire i loro sogni. Accomunati dalla stessa voglia di rincorrere un’avventura ma con una consapevolezza assolutamente diversa: un giorno torneranno a casa, o forse no, in ogni caso potranno scegliere. Liberi di poter fuggire da un’ Italia in crisi, senza dover passare per le mafie del deserto o quelle del mare. Il mio piatto tarda ad arrivare. Decido di cambiare tavolo e appena mi alzo una persona nel lato opposto della sala mi saluta con un sonoro “Bonne soir”. E’ Omar, il proprietario del ristorante senegalese accanto a casa. E’ un ragazzo giovane che da due anni ha deciso di trasferirsi a Niamey per cercare fortuna nella ristorazione. Mi siedo con lui, ci stringiamo la mano e subito si lascia andare in un lungo racconto. Dice di stare bene. Gli manca Dakar e il mare, ma non andrebbe mai in Italia. Vuole rimanere nella sua amata Africa, ai suoi occhi ricca, fertile, con tanta terra da coltivare, con mari pescosi, piena di risorse sufficienti per dare a tutti una vita dignitosa.
Guardando il tavolo, pensieroso si gratta la nuca, alza gli occhi ma il capo rimane chino e mi chiede: “Ma l’uranio, a cosa serve?”.

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Nel frattempo usciamo dal locale e ci incamminiamo verso casa. Niamey è buia. A quell’ora è bellissima, le poche luci che la illuminano filtrano tra la polvere che abbraccia ovunque la città, tracciando silhouettes di corpi che si muovono in continuazione.
Gli rispondo che l’uranio serve a produrre energia, in particolare quella atomica. Se devo essere sincero nemmeno io lo sapevo (ero rimasto fermo al plutonio di “Ritorno al Futuro”), l’ho scoperto quando sono arrivato in Niger. Omar descrive la Francia come il colonizzatore di questa parte di Africa. Io gli racconto che in passato il nostro Impero Romano aveva colonizzato tanti paesi, probabilmente imponendo la nostra lingua e cultura. Poi incalza: “Ma l’Europa…Chi l’ha colonizzata?”
A quel punto mi viene da ridere, la conversazione si sta rivelando una grande possibilità di chiedersi qualcosa di sensato, almeno per me. Dalle parole di Omar trapela la convinzione che le persone non siano padrone della propria terra, sia in Africa che in qualsiasi altro posto del mondo.
Paradossalmente noi europei abbiamo ceduto alle convinzioni opposte. Ormai completamente alienati dall’evidenza, diamo per scontato che le risorse non reperibili nel nostro paese e divenute indispensabili per la nostra quotidianità, siano il risultato di una giusta distribuzione dei beni di consumo e non il frutto di un continuo sfruttamento.
“Per Omar è “normale” avere un padrone, e per noi lo è impadronirsi?”
Non so cosa dire. “L’Europa da chi è stata colonizzata?” Non lo so, ma trovo questa domanda bellissima!
I quesiti posti da Omar sono gli stessi che probabilmente avrebbero voluto farmi tutte le persone che ho ritratto in questi giorni e che guardavano il mio obiettivo con aria interrogativa.
La banalità che può trapelare da questo racconto è quel che di più profondo mi sia potuto capitare nelle tiepide chiacchiere di una profonda Africa da scoprire.

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6 Febbraio 2014, Niamey, Niger

Durante il mese trascorso in questa città ho cercato di comprendere i motivi che spingono questa gente a lasciare la loro terra. Ho cominciato a chiedermi che cosa ci fosse sotto e, cercandone la radice, la gente stessa mi ha fornito la risposta.
Il Niger è ricco di risorse, ma genera energia solo sfruttando legna e carbone nonostante per 2/3 sia ricoperto di deserto.
Il Parlamento nigerino si sta organizzando per ridiscutere gli accordi che regolano le estrazioni di minerali e petrolio nel paese, nonostante le proteste della gente. I due stati che attualmente gestiscono gran parte dello sfruttamento hanno le carte in regola per garantirsi tale monopolio ancora per molto tempo.
Da un lato c’è la Francia, ex colonizzatrice, che attraverso una “giustificata” presenza militare impone accordi economici sfavorevoli al paese, mantenendo il primato sulle zone di estrazione. Il tutto sotto gli occhi di un presidente ex-ingegnere della multinazionale che oggi svuota la mammella nigerina dell’uranio.
Dall’altro lato abbiamo la Cina che, con un miliardo e trecentocinquanta milioni di abitanti, per non scoppiare invade il mondo, soprattutto quello nero, con un bacino economico inesauribile e una forza lavoro maestosa. Chi si vede in casa questi signori è il Niger: uno stato per nulla solido che conserva in cantina una delle più grandi riserve di uranio al mondo, oltre che enormi quantità di petrolio e che si trova in una posizione geografica assolutamente strategica.
Il Niger è uno dei paesi più caldi al mondo. Nella capitale Niamey la distribuzione dell’acqua è privatizzata e la società che la gestisce è una multinazionale con sede in Francia.
Nelle case e per le strade l’unica fonte di energia è il fuoco e viene generato a legna (il gas è ancora poco utilizzato). Ogni giorno a Niamey vengono bruciate quasi 1000 tonnellate di legna (tra le 700 e le 1200) e la poca vegetazione presente sta scomparendo.
Oggi questo paese è diventato una colonia uranifera di una grande multinazionale francese.
Sulla lunga strada a sud che porta in Burkina Faso il commercio del legno rappresenta un business enorme. Un popolo che ha sotto i suoi piedi un minerale capace di produrre energia atomica si alimenta a legna e carbone.
La legge prevede che la legna da bruciare dovrebbe essere secca e raccolta nelle campagne. Ma come possono 17 milioni di persone garantirsi il fuoco con della legna raccolta a terra in un territorio ormai privo di vegetazione?
Il commercio del legname è in gran parte in mano a ex colonnelli dell’esercito i quali svendono vecchi camion militari ai cittadini del luogo, pretendendo grosse fette di percentuale sui trasporti e sulle vendite. Da sud si porta la legna verso nord in camion, in macchina, in moto, con l’asino o a piedi, per poi cercare di venderla.
Recentemente il governo centrale di Niamey ha proposto al Parlamento di rivedere gli accordi di legge in materia di estrazione mineraria.
Il Niger ha le carte in regola per iniziare un processo di statalizzazione delle proprie risorse? A meno che la rappresentanza politica non prenda una netta posizione di difesa delle proprie ricchezze e fino a che i nigerini influenti non sceglieranno di mettersi al fianco dei loro fratelli più poveri, sarà difficile. Tutto ciò sarà ancor meno probabile fintanto che il radicalismo coloniale rimarrà sedimentato nelle strategie geopolitiche di alcuni governi occidentali e se coloro che offrono aiuti umanitari saranno gli stessi che ne creano il bisogno laddove prima non c’era.
Molti nigerini oggi sono costretti a lasciare questa terra che, nonostante ricca, è per loro povera e ancora difficilmente sfruttabile.

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12 Febbraio 2014, Ecogare di Niamey, Niger

Dalla porta in lamiera del magazzino di una compagnia di trasporti entrano ed escono tre bambine e, quando mi avvicino, mi si presenta davanti la madre. La donna dice di essere congolese e di vivere lì. Mi racconta di trovarsi a Niamey da due mesi dopo essere scappati dal conflitto del Kivu, nell’est del Congo, attraversando Cameroun, Nigeria e Benin. Arrivati in Niger sono stati costretti a fermarsi poiché avevano finito i soldi per il viaggio. Vorrebbero raggiungere Dakar perchè dicono che in Senegal c’è democrazia e lavoro.

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Idris, il marito, arriva dopo qualche ora. Ci presentiamo, gli racconto chi sono e perché mi trovo lì a parlare con sua moglie, spiego le motivazioni e lo scopo del mio viaggio. Intanto attorno a noi si forma una folla di curiosi intenti a capire chi sono e che cosa voglio.
Idris mi racconta che saltuariamente lavora come muratore in un cantiere dove riesce a guadagnare 2000 CFA al giorno (circa 3 euro). Per il buco in cui dormono paga 400 CFA (80 centesimi di euro).
Il viaggio per Dakar costa all’incirca 80.000 CFA (120 euro). Ma con quello che guadagna chissà per quanti mesi dovrà ancora rimanere a vivere in quel posto. Parliamo molto, ma soprattutto ascolto la loro storia.
L’Ecogare di Niamey è un luogo dove centinaia di persone passano per spostarsi a nord. E’ un luogo dove alcuni nigerini si arricchiscono e da cui prende vita una mafia organizzata che arriva sino al confine libico attraverso il deserto del Tenéré. Qui, dopo la scomparsa del turismo, non è rimasto nessun tipo di lavoro e l’unica fonte di reddito è data dal banditismo.DSCF3390
L’ultimo giorno all’Ecogare vengo avvicinato da un uomo che ormai conosco, è il barista del chiosco accanto al garage che ospita la famiglia di Idris. Mi avvicina con uno sguardo insolito, gli occhi sono enormi, i bulbi oculari sembrano più esposti verso l’esterno del cranio, la bocca è come impastata e rilascia un forte sentore di alcol. Prendendomi sottobraccio mi porta nel centro del piazzale, lontano da tutti. Confessa di essere d’accordo con me su tutto quello che mi ha sentito dire in quei giorni. Mi dice di lavorare per il Ministero dell’Interno e di trovarsi lì come infiltrato. Insiste per portarmi in uno di quei Club che organizzano i viaggi dei migranti da Niamey ad Agadez. Io non mi fido, gli dico di avere un appuntamento e che saremmo potuti andare al Club il giorno dopo. Lui stringe la presa al mio braccio e abbassando il tono mi ripete che vuole portarmici subito per mostrarmi dei volti. Non potendo più decidere mi fido. Camminando poche centinaia di metri fuori dall’Ecogare, arriviamo in un grande bar dai muri alti e bianchi con un neon blu all’entrata. Varcata la soglia, al suo interno si apre un cortile con tavolini, grandi televisioni al plasma che trasmettono football inglese e uomini grassi con grandi e ghiacciate birre in mano. DSCF3494Mi siedo ma lui mi fa alzare dicendomi che dobbiamo bere al bancone. Ordiniamo due birre. Dietro di noi tre uomini smettono di guardare la televisione che sta sopra la testa del barista e passano tutto il tempo a fissarci. Il mio improvvisato accompagnatore li descrive come parte di un gruppo che va nella stazione a reclutare la gente che vuole viaggiare verso Nord. Trattandosi spesso di gente che arriva da altri paesi, organizzano loro dei pullman che riescono a far passare indisturbati attraverso i numerosi posti di blocco fino ad arrivare senza problemi ad Agadez, città porta del deserto. Beviamo due birre a testa poi, con non poca fatica, riesco a congedarmi e a ritornare verso casa. Non credo ad una sola parola di quello che mi ha raccontato. Forse è vero, quegli uomini organizzano i viaggi verso nord, ma è altrettanto vero che pure lui fa parte di quel gruppo. Ho l’impressione che abbia inventato quella storia per proteggersi, per controllarmi, per tutelare un business del quale anche lui fa parte. Il giorno dopo decido di non tornare più, ormai mi sono bruciato.

Qualche giorno dopo ho pagato ad Idris e alla sua famiglia il biglietto per Dakar, forse sbagliando, ma non mi importa. Non li voglio più immaginare in quel luogo, a contribuire nel rendere l’Ecogare un luogo di privazione della dignità. Gli ho lasciato il mio indirizzo mail, dicendogli di scrivermi il suo numero di telefono senegalese, una volta acquistato, di modo che avrei potuto contattarlo quando fossi arrivato a Dakar.
Sono passate più di due settimane, non ho ricevuto ancora nessuna mail e non mi importa. Non mi importa perché non so a cosa pensare. Mi chiedo se non avessi fatto meglio a tenermi i soldi di quel biglietto e lasciare che si arrangiassero senza interferire nel corso della loro esistenza. Ma allora dovrei rinunciare a questo viaggio, al tentativo di immischiarmi nella tragica vita di questa gente.
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5 Marzo 2014, Abidijan, Costa d’Avorio
Il primo incontro con la famiglia di uno dei ragazzi immigrati conosciuti in Italia è stato timido e incespicato. Ho attraversato l’Africa sulle tracce di giovani di cui avevo ascoltato le storie, con il desiderio di dare concretezza e risonanza alle loro testimonianze.
Fuori da una cupa, grigia e grande chiesa in cemento non c’è spazio per i toni confidenziali, ma soltanto silenzio, l’imbarazzo del chiedersi, tutti, perché ci troviamo in quella circostanza. Io, un’amica, il padre ed un cugino. Ci stringiamo la mano, parliamo del più e del meno. Lui guarda le foto del figlio che da più di tre anni non abbraccia. Il fratello piange, brevemente, trattenendo il singhiozzo e stringendosi il volto nel palmo di una grande mano che tuttavia non riesce a contenere le lacrime, lasciandole scendere tra le dita, fino al gomito e poi sui pantaloni. Ci salutiamo, ringraziandoci a vicenda e promettendoci di rincontrarci qualche giorno più tardi.
Il secondo incontro avviene in un caldo e umido pomeriggio di domenica. Il padre del ragazzo è venuto insieme ad un amico a prendermi ad Abobò, il quartiere che mi ospita; con un taxi ci dirigiamo fuori città, lungo una grande strada che esce da Abidijan rotolando verso una collina verde.
Scendendo dal taxi i due amici si allontanano verso la macchia verde della vegetazione locale, mentre il taxista reclama i soldi della corsa. Pago, li raggiungo e faccio finta di nulla.
Ci sediamo all’ombra di un giardino di piante di dattero ed il caldo afoso come per magia scompare. Sotto quelle palme l’Harmattan soffia fresco e costante, dandoci sollievo e voglia di bere qualcosa. Quando la cuoca ci informa sul prezzo del pranzo i due mi invitano ad alzarci e cambiare “maquis”, ma intorno a noi non c’è altro che una verde boscaglia. Mi offro di pagare il conto ed invito i due amici ad ordinare subito da bere. Prendiamo birra e vino, per non farci mancare nulla. E’ passata più di un’ ora dall’inizio di quel pomeriggio in compagnia; soltanto dopo esserci seduti a tavola, la formalità che fino a quel punto aveva tenuto al guinzaglio il nostro incontro si scioglie, ma non andando oltre ad una serie di richieste e tacite pretese. Finito di mangiare mi propongono di andare a visitare il loro quartiere. Arriviamo con il taxi proprio di fronte al negozio del padre, una lavanderia nella quale lavorava il fratello. Anche questa volta i due scendono dal taxi dimenticandosi comodamente del debito con il taxista. Io faccio lo stesso, curioso di capire come gestiranno la cosa. Mi invitano quindi a dividere la somma e così facciamo. Dalla lavanderia ci spostiamo in un vicino bar. Il sole è ormai sceso e dei neon colorati riempiono di ombre un cortile trasformato in club, dove la gente sta seduta a bere e a guardare partite di calcio europeo. Beviamo un paio di grandi birre a testa e poi mi propongono di cambiare locale. Vengo nuovamente lasciato solo a saldare il conto, come se fosse del tutto naturale lasciare all’ospite tale compito, o forse, semplicemente, non ho capito che sono loro gli ospiti di quell’incontro che io ho voluto, richiesto e programmato. Nel locale successivo ci incontriamo con lo zio, appena seduto mi fa alzare e a braccetto mi porta in un vicolo buio dietro al bar. Mi indica un locale, al lato opposto della strada, al cui centro si alza un grande albero di mango. E’ lì che suo nipote è nato. Un tempo quella zona era piena di case arrangiate con lamiere ed assi di legno; avevano vissuto lì, poi era stato spazzato via tutto per dare un nuovo aspetto al quartiere ma era rimasto il mango, l’albero che il padre aveva piantato.
Tornati al tavolo a bere, lasciamo che la serata volga al termine. Ordiniamo l’ultimo giro di birre, ma l’amico, manutentore di lavatrici, insiste sul bersi due litri di vino da solo. La giornata non è stata nulla di speciale, passata ad oziare e occupata dal solo obiettivo di riempirsi la pancia di ogni cosa; nei brevi intervalli, tra sorsi e bocconi, ci si è guardati negli occhi, sorridendosi per educazione.
La notte è ormai calata e comunico di voler rientrare a casa; insistono perché l’amico, palesemente ubriaco, mi accompagni a casa per assicurarsi che non mi capiti nulla. Ci alziamo tutti assieme, nessuno si fa avanti per pagare. Lascio i soldi sul tavolo, loro sorridono, io rido tra me e me, ormai rassegnato al semplice desiderio di porre fine a quella commedia. Fermiamo un taxi che ci porta dall’altra parte della città, fino a pochi metri dalla mia porta. Pago subito il taxista anticipando la scena già vista per tutto il giorno. Faccio per salutarlo ma nel momento in cui gli stringo la mano lui la trattiene. Mi chiede 1000 franchi per bersi un caffé. Mi rifiuto e mi volto per andarmene. Lui mi prende per una spalla e con compassione mi dice che sono per il figlio. Gli rispondo che se ha bisogno di soldi per il figlio, avrebbe potuto fare a meno di scolarsi due litri di vino da solo. Mi fissa, io lo fisso come ad aspettare un’altra dichiarazione assurda. Se ne va, ma non prima di avermi chiesto il numero di telefono.
La mattina seguente ricevo tre chiamate da un numero sconosciuto. Non rispondo.

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10 marzo 2014, Abidjan, Costa d’Avorio.
Nei giorni successivi conosco due giovani sociologi con i quali concordo di incontrare un amico del quartiere che anni fa è riuscito ad arrivare in Libia e da qualche mese è tornato a vivere ad Abidjan.
Ci troviamo una mattina in una piccola baracca di legno all’angolo di una strada polverosa, uno di quei locali dove si serve solo liquore locale, il “Banguì” e dove i giovani vanno a sbronzarsi sin dal mattino. Ci sediamo tutti su due delle panche di legno che costeggiano le pareti del piccolo bar. Il ragazzo ci racconta di essere stato in Libia prima e durante la guerra. Ci è arrivato via terra attraversando il Niger su un grande camion. Raccontandoci della traversata ripete in continuazione: “Faceva caldo, faceva caldo”. Descrive accuratamente i bidoni di plastica dei quali ci si doveva fornire prima di salire sul camion. Ci racconta della sua permanenza in Libia, dei lavori saltuari che faceva e con i quali riusciva a mettere da parte qualcosa. Ma la cosa più interessante del suo racconto è quando ci parla del giorno in cui deve valutare l’idea di imbarcarsi per l’Italia. Racconta con enfasi, con ansia e con un respiro spezzato la sua decisione di non imbarcarsi. Dice chiaramente di aver avuto paura, lo ripete di continuo. Sembra volersi giustificare di fronte al pubblico di amici che ci ha raggiunti nella baracca e che, diversamente da lui, non hanno avuto la possibilità nemmeno di vederlo quel mare, mai.
Mentre racconta beve e così fanno gli altri, fino al momento in cui entra un ragazzo palesemente ubriaco. E’ il fratello di uno dei sociologi che mi accompagna. Mi prende subito di mira scherzando sulla mia presenza lì. Vedendo la macchina fotografica mi chiede una foto, ma poi esce sulla strada cominciando a gridare il nome di un amico e invitandolo a venire a farsi fotografare dal bianco. L’amico, che sta seduto all’altro lato della strada, gli risponde di non volersi muovere. Inizia un battibecco di urla e gesti che alla fine riesce a far alzare il ragazzo, il quale attraversa la strada di corsa e si catapulta nella baracca come una scheggia. Una volta entrato si guarda rapidamente intorno fino ad individuarmi. Mi intima di non fotografarlo. Gli rispondo che non sono lì per quello, ma vengo zittito da uno dei ragazzi. L’ alcol è ormai il direttore d’orchestra, tutti sono più o meno alticci, io e i due sociologi capiamo che la situazione sta prendendo una piega poco piacevole. L’ultimo arrivato continua a provocarmi, decido di uscire dal locale ma vengo obbligato a rimanere seduto e a scattare una foto al ragazzo che ha interrotto il suo racconto sulla Libia. Mi rifiuto, voglio andarmene e non cedere ad un invito che non è altro se non una provocazione. Al mio “No” il ragazzo se la prende con l’ultimo arrivato lanciandosi sul suo collo. A quel punto mi alzo e guadagno la strada velocemente, scoppia una rapida scazzottata che si sposta all’esterno. Dico ai due amici di volermene andare e non appena giro le spalle al gruppo, l’ultimo arrivato mi raggiunge con un calcio in culo. Non è un colpo feroce, mi colpisce debolmente e male. Lo guardo negli occhi, lui fa lo stesso con aria di sfida, puntandomi il dito indice in segno di avvertimento. In quel momento è più il dispiacere che la rabbia a prendere il sopravvento.
Nel frattempo l’angolo di strada si è riempito di gente: bambini, ragazzi ed anziani venuti ad assistere allo spettacolo. C’è chi ride, chi invece è serio e con una mano sulla bocca aperta mi fissa incredulo, chi bisbiglia qualcosa all’orecchio della persona a fianco tenendo gli occhi puntati su di me, infine chi, in cerchio, dà vita a un brulichio lieve di commenti. Gli anziani si avvicinano al gruppo di ragazzi ignorando completamente la mia presenza. Io e i due sociologi ci allontaniamo ma veniamo fermati da una signora che mi prende per mano e si scusa. Mi guarda dal basso della sua minuta statura e mi viene vicino chiedendomi perdono più volte. Qualche settimana dopo in una cittadina al nord conosco una signora che viveva in Costa d’Avorio da vent’anni. Quando le racconto questo aneddoto mi risponde con un proverbio africano che lei ama ripetere spesso: “Ricorda che un legno può rimanere nell’acqua anche tutta una vita, ma non diventerà mai un pesce.”

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16 marzo 2014, Bouaké, Costa d’Avorio.
A Bouaké sono stato ospite di una comunità che svolge attività di educazione, scolarizzazione e organizzazione di tirocini lavorativi rivolti a giovani ragazze provenienti dai quartieri e dalla periferia della città, la cui infanzia è o è stata in qualche modo interrotta.DSCF4374
In Costa d’Avorio il passato recente è stato segnato da una crisi politica post elettorale avvenuta nel 2011 e conclusasi con una guerra civile durata alcuni mesi. Le votazioni che avrebbero dovuto designare il nuovo presidente videro denunce di brogli elettorali da parte di entrambe le principali fazioni politiche. La Francia (con il via libera dell’ONU) si era presa la responsabilità di garantire la trasparenza alle elezioni, e il verdetto finale fu che la vittoria doveva essere affidata al nuovo presidente entrante, liberale, a discapito del vecchio capo di stato, conservatore. Dal 2002 la Costa d’Avorio non trova pace, rovinata prima da una lunga guerra e poi da una situazione di instabilità sociale che sembra non finire mai e che ancora oggi si percepisce pesantemente in un paese diviso in due.DSCF4383
In questi anni di violenza e conflitti la donna è stata spesso vittima di un paese accecato dall’odio. Molte ragazze sono state inglobate in gruppi ribelli, alcune per combattere, altre per occuparsi di varie mansioni ma tutte per essere sfruttate. Giovani donne hanno perso la loro libertà, sono diventate schiave, oggetti. A Bouaké un grande scandalo ha visto coinvolta la delegazione ONU: coloro che dovevano garantire sicurezza al paese sono stati coinvolti in un giro di prostituzione con giovani donne locali. Le ragazze di Bouaké si son viste abbandonate dai loro connazionali e tradite dai “liberatori” dell’ ONU.DSCF4413
La comunità che mi ha ospitato ha cominciato ad occuparsi delle vittime di violenze dopo il 2003. La guerra in Costa d’Avorio è finita da tempo, ma lo sfruttamento della donna prosegue. Nei quartieri di provenienza di queste ragazze la vita è immobile, la gente passa intere giornate all’ombra della tettoia di casa a scrutare la strada. I padri incentivano le giovani figlie a prostituirsi. La poligamia rende l’uomo libero di avere più donne, oltre che figli ai quali spesso non bada se non nell’interesse di farli divenire fonte di guadagno. I ragazzi vivono la sessualità in maniera libera, dando vita a famiglie giovanissime che vedono i padri scomparire con facilità e lasciare i figli neonati nelle mani di ragazzine impossibilitate a prendersene cura, incapaci di farlo. C’è chi preventivamente riesce ad abortire, chi decide di abbandonare il figlio, chi invece tenacemente se ne prende cura. A soffrire in maniera maggiore questa condizione sociale è, ancora una volta, la donna. Non avente diritto a nulla, responsabile di crescere i figli, di procacciare denaro e di sopportare continui abusi e costrizioni.DSCF4479
Il progetto della comunità ospita una novantina di ragazze provenienti da queste zone di vero e proprio limbo sociale. Ragazze madri, ragazze pazze, dolcissime ma enormemente confuse. Ragazze, donne che non hanno mai conosciuto un’ infanzia normale.
Alcune di loro decidono di scappare per non impazzire, per non finire uccise. E se, ovunque, la conquista dell’emancipazione passa attraverso la conquista dell’autonomia lavorativa, in questi contesti rurali dove il lavoro è un miraggio per chiunque, l’idea di una donna autonoma è lungi dall’essere contemplata; la maggior parte delle ragazze ritorna a casa e si rassegna a vivere un esistenza di dipendenza.DSCF4497
Nei quartieri ghetto delle grandi città africane che ho attraversato in questi mesi, la gente, le case, tutto sembra assomigliarsi per non dire essere uguale. I luoghi più bui, impervi e impantanati sono spesso quartieri dove la violenza dilaga e dove la povertà costringe le famiglie a vivere con niente; qui il pauperismo non si è mai risolto ed è la principale causa di disagio sociale. Anche da qui sono in molti a partire per cercare di arrivare in Europa. Lo fanno giovani ragazzi con molto coraggio o addirittura lo fanno i bambini; tanti sono i minorenni che ancora oggi arrivano da soli in Europa. DSCF4578Chi non lo può fare sono le donne, le donne sole, quelle che non hanno un nucleo famigliare di riferimento su cui appoggiarsi o un marito da seguire. Avete mai visto arrivare su una barca che approda a Lampedusa un gruppo di ragazze nigerine? Avete mai sentito parlare di un gruppo di amiche che insieme hanno deciso di attraversare il deserto del Niger? Eppure di ragazzi che fanno la stessa cosa ce ne sono moltissimi. Le donne diventano corpi invisibili, senza vita, che dopo uno stupro vengono gettati in un fosso e se, invece, riescono a sopravvivere arrivano in Europa al buio, di notte, e di notte proseguono la loro vita.

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16 maggio 2014, Bamako, Mali.

Arrivato a Bamako telefono subito ad una delegata ONU, avevo ricevuto il suo contatto tramite un’amica; ci troviamo in un lussuoso albergo-ristorante che si affaccia sul fiume Niger. Parliamo di più cose legate all’immigrazione e lei insiste sull’invitarmi a viaggiare verso sud per visitare le zone delle miniere informali.
Qualche settimana prima avevo scritto anche ad una donna spagnola che lavora per una multinazionale dell’oro ma dalla quale non ho mai ricevuto risposta.
L’indomani mattina seduto in albergo, facendo colazione davanti al computer, vengo distratto dal rumore del cancello che si apre di scatto, sbattendo e oscillando rumorosamente. Un piccolo uomo grida e sbraita al telefono con un forte accento della brianza. Taglia in due la zona dei tavoli dove io ed altri stiamo consumando la colazione e si dirige alla reception.
“Giovanni, ieri ho visto l’inferno”, sono le sue prime parole quando ci ritroviamo per bere una birra al bar dell’hotel, qualche giorno dopo.
Mi racconta di essere stato in un piccolo paesino sviluppatosi intorno ad una miniera dove donne, uomini e bambini vivono in condizioni umane disastrose, in zone remote, senza acqua potabile, dormendo in capanne di plastica e passando il tempo a scavare nel fango in cerca di una manciata di polvere d’oro. Gli chiedo il permesso di aggregarmi a lui se fosse tornato in quel luogo.
Il giorno seguente partiamo per Kenietì. Mi spiegano che anni prima quella terra era stata comprata da una multinazionale spagnola la quale, tuttavia, non era mai riuscita a sfruttarla poiché il capo villaggio e le comunità locali si erano opposte all’espropriazione. Arriviamo in una spianata dove un folto gruppo di donne popola il rivolo d’acqua che, scendendo a valle, forma una pozza di fango grigio. Bambine, ragazze e donne adulte, alcune sole altre con un figlio legato sulla schiena, setacciano acqua in cerca di polvere d’oro. Il responsabile della miniera ci accoglie in pompa magna, io mi stacco dal gruppo e giro per fare qualche foto. Nella parte superiore della miniera, delle capanne in legno ospitano i gruppi di uomini; stanno tutti intorno a dei profondi buchi nel terreno, recuperando con delle carrucole il materiale scavato da chi, invece, sta nel fondo dei pozzi.
Nei giorni successivi continuo a viaggiare per quelle zone.
Yanfoulillà è l’ultima delle mie tappe in miniera. Ci arrivo con un grosso bus direttamente dalla grande Otogare di Bamako. L’autobus è un vecchio Mercedes risistemato in maniera esemplare. Partiamo stracarichi di moto, sacchi di frutta e verdura, bacinelle di plastica e pacchi di tessuti. Ognuno porta con sè moltissime cose trasformando il bus in un enorme sandwich.
Arrivo a mezzogiorno, sudatissimo. Decido di camminare verso il centro in cerca di qualche cosa da mangiare. Vengo avvicinato da un uomo in moto che sul serbatoio tiene seduto il piccolo figlio di pochi anni. Mi chiede perché mi trovo lì e se sto cercando qualcuno. Gli rispondo che non conosco nessuno e che sono venuto per visitare le miniere d’oro. Mi fa salire in moto e mi porta appena fuori città. Dopo qualche minuto, forse un quarto d’ora, ci fermiamo a bussare ad un cancello verde in lamiera e un uomo giovane e sorridente ci apre. La sera stessa vengo ricevuto dal capo villaggio. Mi viene presentato un ragazzo, un giovane ex minatore che mi accompagnerà nelle miniere.
Il giorno seguente partiamo, andiamo spediti a trovare i suoi fratelli in una delle tante spianate. Sono in tre, i due fratelli minori e la moglie di uno di loro. Hanno comprato quel pezzo di terra da bucare dal capo villaggio. Dopo una breve presentazione mi invitano a scendere. Il pozzo è profondo quattordici metri e, come tutti gli altri, non ha corde per scendere ma delle piccole cavità laterali scavate nella terra, nelle quali fare leva con mani e piedi fino a raggiungere il fondo. Comincio a calarmi con paura, non vedendo la fine di quel buco nero che si apriva sotto il mio sedere. Con le gambe faccio leva sulle pareti del cunicolo verticale e con le mani accompagno il corpo verso il basso premendo lateralmente con tutta la forza che ho. Arrivo in fondo velocemente e senza pensarci. Dall’alto la luce che entra è forte e intensa, illumina il terreno e permette al ragazzo di lavorare anche senza torcia. Lo spazio è così stretto che dobbiamo stare in piedi uno a fianco all’altro. L’aria è assente così come l’ossigeno, la temperatura è come quella esterna, ma la terra impregnata d’acqua rende l’ambiente umido e il respiro pesante. Il ragazzo mi sorride nel vedermi lì in basso, a fianco a lui. Mi batte le mani sulle spalle come a festeggiare la visita nel suo pozzo da parte di quel forestiero. Rimaniamo a chiacchierare alla base del pozzo.
Nei giorni successivi decido di scendere in altri pozzi. Dopo settimane di visite mi rendo conto che i momenti più importanti li ho vissuti in quei cunicoli, facendo poche foto e quasi nessuna domanda, limitandomi a respirare la stessa polvere che quegli uomini, mentre sto scrivendo, ancora respirano.

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3 giugno 2014, Kita, Mali.

Il cellulare squilla, risponde subito ma dall’apparecchio arriva una musica fortissima che mi impedisce di capire cosa dice. Parla per qualche minuto fino a che la musica scompare e la sua voce, finalmente chiara e limpida, mi comunica che sta celebrando il suo matrimonio. La mattina seguente prendo il bus fino ad una piccola cittadina ad ovest di Bamakò, dove lo incontrerò per raggiungere con lui il villaggio.DSCF6029
Arrivo a Kità dopo un lungo viaggio, sono le due del pomeriggio e dopo più di due ore, un ragazzo parcheggia il suo motorino a fianco a me, si avvicina e mi invita a salire con lui. E’ lo sposo, il fratello del mio amico. Arriviamo al villaggio la sera, il sole sta ormai tramontando. Non appena sceso dalla moto vengo avvicinato da alcuni ragazzi che assieme allo sposo mi accompagnano dal capo famiglia.
Il padre, come ad aspettarmi, mi porge la mano. Lo sposo, l’unico a parlare francese, spiega all’uomo che sono un amico di suo figlio, un italiano che ha vissuto per un anno con Moussa e partito per venire a conoscerli di persona. Dopo il mio racconto interviene la madre. Mi guarda negli occhi in maniera ferma e decisa, quasi per studiarmi. DSCF6020Con una mano sulla bocca si stringe con forza il viso, tesa e rapita come da un attimo di stordimento. Avvicinandomi mi dice che sono pazzo, che solo un folle avrebbe abbandonato l’Italia per compiere un viaggio fin lì. Tolta la mano dalla bocca, mi abbraccia, per poi scoppiare in una risata decisa e spontanea. Tutti ridono e vengono a porgermi il saluto.
La mattina seguente facciamo colazione tutti assieme, in cerchio, intorno ad un grande piatto in ferro pieno di miglio. In quel posto tutto ciò che si mangia viene prodotto lì: Il miglio, la carne di pollo o montone, il latte di capra, gli arachidi, l’insalata. Tutto è frutto di quella terra e di quella grande famiglia che organizza la sua vita sin dalle prime ore dell’alba, provvedendo a svolgere le mansioni utili e indispensabili a tutti. Il senso di comunità e fratellanza che mi accoglie è forte ed intenso. Mi ritrovo sin dal primo istante ad essere uno di loro. Nei tre giorni passati lì mi chiedono di Moussa, di cosa stia facendo e sopratutto di come si stia comportando. DSCF6090Le lunghe conversazioni sono intercalate dal chiedersi se un ragazzo di quella comunità, di quella famiglia, si stia comportando bene nella lontana Italia. I giovani invece mi tempestano di quesiti sulla vita nel mio paese. Intraprendere il viaggio per l’Europa appare un’idea condivisa più o meno da tutti. Anche lo sposo, con un lavoro da contabile in una azienda di cotone nella vicina cittadina, una giovane e bella moglie che da poco ha deciso di amarlo per sempre e con una vita in fondo dignitosa, serena e pacifica, sembra propenso all’idea di abbandonare il villaggio natale per tentare fortuna nel vecchio continente. In fondo non si tratta di una questione di povertà, piuttosto di una questione di curiosità, di mettere il naso fuori dalla propria finestra anche solo per un giorno. In quel villaggio, in cui nulla fondamentalmente manca e in cui la cultura africana si manifesta nella sua più semplice bellezza, i giovani sono curiosi e, come noi, pronti a conoscere ciò che non potranno mai vedere se rimarranno lì.

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25 Aprile 2014, Tripoli, Libia.

Il 20 Aprile riesco finalmente ad atterrare a Tripoli. Dopo mesi di tentativi, riesco ad entrare in Libia pagando 350 euro con un visto d’affari ottenuto tramite l’amico di un amico. All’aeroporto c’è K. ad aspettarmi. E’ un uomo sulla quarantina, un pò goffo, con gli occhi tremendamente rossi e la sigaretta sempre accesa. Gli tremano le mani e quando non fuma le tiene conserte, le stringe e le rilascia , le strofina e le porta al viso, al naso, agli occhi. Mostra una tensione perenne, un’agitazione che non mi dà fiducia, anzi, che non mi fa capire se sia nervosismo derivante dalla mia presenza lì o insito nel suo modo di fare. Il pomeriggio stesso andiamo a visitare un quartiere di Tripoli dove molti migranti centrafricani aspettano di trovare lavori saltuari ai bordi della strada. Arriviamo ad una rotonda e ci fermiamo a chiacchierare con un gruppo di ragazzi. Sono per lo più gambiani, ghanesi e nigeriani. Uno di loro mi chiede chi sono e che cosa voglio, gli spiego che sono un fotografo e sono lì per sapere come vivono, come funziona la loro giornata a Tripoli. Il ragazzo mi attacca, dice di essere stanco di fotografi e giornalisti che li riempiono di domande e che non li aiutano. Mi racconta che pochi minuti prima una macchina con a bordo quattro ragazzi libici si è fermata e ha fatto fuoco su di loro. Ora un amico è all’ospedale, mentre lui mi mostra la ferita dello sparo che gli ha lacerato il braccio. E’ stanco, urla, mi punta contro il dito. Dice di voler tornarsene in Nigeria, Tripoli è troppo pericolosa e i libici sono completamente fuori di testa.
Mi racconta che ogni giorno per loro è una lotta per la sopravvivenza. I libici che gli offrono lavoro li pagano e li trattano bene, ma appena scende il sole le cose cambiano, le bande escono per la strada armate e vanno a caccia di migranti, li usano come bersagli, come tiri a segno per sfogare la rabbia. K. mi racconta della paura in una Tripoli ormai soffocata dalla violenza, di famiglie che non si fidano ad uscire per strada e di altre che rassegnate vanno comunque in spiaggia a giocare con i figli mentre a poche centinaia di metri si sente sparare. Giriamo per Tripoli visitando i quartieri dei migranti, mentre ci spostiamo da est a ovest K. si apre in un pianto di sfogo, confessa di essere stanco e stressato. La sera vengo riaccompagnato in hotel, sono esausto e confuso. Finalmente salgo in camera, faccio una doccia veloce e mi butto a letto. Improvvisamente nel pieno del sonno apro gli occhi, una forte esplosione sotto casa mi spaventa. Guardo il soffitto e rimango immobile, poi il silenzio ed ecco di nuovo delle mitragliate. I colpi non sono lontani dall’albergo, a quelli si alterna un rumore di auto in fuga, le ruote fischiano tra l’asfalto e l’auto sembra avvicinarsi e poi allontanarsi di continuo dall’hotel. Mi affaccio alla finestra ma Tripoli è buia e in lontananza qualche luce illumina i quartieri. Gli spari proseguono per tutta la notte ed io non chiudo occhio.
Il giorno successivo K. mi dice che forse tramite un amico riusciremo ad entrare in una di quelle carceri che in ogni città esiste per detenere i migranti. Con un giro di telefonate ci viene detto che dobbiamo richiedere un permesso in un ufficio. Ci rechiamo allora in un orribile e freddo palazzo color ocra, molte finestre sono rotte, i muri spogli e sgretolati, le porte che si aprono sul lungo corridoio ospitano gente ben vestita intenta a bisbigliare e fumare, e ogni volta che il mio sguardo cerca di sbirciare nei loro uffici tutti si girano improvvisamente a fissarmi per poi ritornare indifferenti alle loro discussioni. Veniamo rimbalzati da una stanza all’altra fino a stancarci. Ce ne andiamo e ricominciamo un giro di telefonate. Ci viene detto di presentarci l’indomani mattina in un bar nella città di Quoms. All’appuntamento ci facciamo trovare io, K. ed un amico italiano che nel frattempo ho conosciuto a Tripoli. Arrivati al bar il nostro contatto è al tavolo con altre due persone, ci fa aspettare un pò fino a che non si avvicina. Fuma lunghe e piccole sigarette tutte bianche, veste elegante, gli occhi sono di un azzurro tremendamente chiaro, i capelli brizzolati e radi, portati indietro con molto gel. Dice che avendo programmato la cosa solo per una persona, posso andare solo io. Salgo in macchina, usciamo dal parcheggio e dopo aver attraversato la provinciale ci infiliamo in una strada sterrata. Dopo circa 5 kilometri di strada bianca arriviamo fuori da una struttura in cemento con un grosso muro quadrato sovrastato da un reticolato. All’esterno del cancello delle persone entrano ed escono. Il mio contatto telefona più volte ma nessuno gli risponde, allora esce dall’auto ed entra pure lui nel cancello. Dopo qualche minuto ritorna, sale in macchina e mi fa cenno di stare zitto e non usare la macchina fotografica. Due guardie vestite di nero con un manganello alla cintura ci aprono. Di fronte a noi si srotola un piccolo spiazzo quadrato attorno al quale una struttura a ferro di cavallo ospita sul lato centrale una grande stanza vuota e sui due lati laterali due lunghi edifici con grandi finestre a sbarre. Da una parte sono stipati in una grande stanza I centrafricani e dall’altra i nordafricani. Il mio contatto parcheggia sotto la grande cancellata che ospita i centrafricani, esce e passa un pacchetto di sigarette ad alcuni ragazzi, io dal finestrino dell’auto, mentre nessuno mi guarda, riesco a scattare qualche foto. Sono circa duecento ragazzi ammassati. Mentre scatto, loro mi fissano disinteressati e non provano fastidio dal fatto che li stia fotografando dall’interno dell’auto. Forse erano stati avvertiti, forse quella telefonata aveva dato il via libera alle guardie per fare entrare lo straniero senza problemi e permettergli di scattare delle foto alle finestre. Era palese che le guardie sapessero.
L’indomani decido di abbandonare Tripoli e la Libia.

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Copyright © Giovanni Cobianchi

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